
MOTOKO IWASAKI
(L'Uomo autoctono)
→
It was September 2013, and finding Paolo's name in my inbox finally made me breathe a sigh of relief, but also a bit of torment.
"Good evening, I've just finished bottling. Attached are the data sheets. The other data will follow shortly. Best regards. Paolo Vodopivec - sent at 8:40 PM."
If I had started translating them right away, I would still have managed to deliver them on time. The final revision of the Japanese magazine, with its interview, was scheduled for the next morning.
These were the technical data sheets for very special wines from a winery we had visited in Friuli Venezia Giulia. I didn't want to give out inaccurate information. However, I had to ask the producer for them more than once, as he was working alone in the cellar. I disturbed him, I took away his concentration on his work, and, in the end, I managed to make him angry.
The things I'd seen in his cellar were breathtaking, and I'd immediately felt a great deal of respect for him. In the end, he'd kept his word about sending me the cards, but looking at them, I wondered if I'd been right to insist so much just to meet that deadline.
SOLO MM9
Vine variety
This is a selection from the rocky vineyard. Vitovska 100%
Territory
Trieste Karst
Vineyard
grapes from rocky vineyards with a density of 10,000 plants per hectare, grown as bush vines
Harvest
September 20, carried out manually. The vintage is characterized by a slightly rainy end of June-beginning of July, followed by a hot July and August.
Vinification
the grapes were destemmed and crushed, placed in Georgian amphorae. Here it underwent the entire fermentation with the presence of the skins for 6 months, without temperature control and without the addition of selected yeasts
Aging
another 6 months in amphorae after separation from the skins, then in large Slavonian oak barrels for 24 months with appropriate racking
Bottling
without any filtration and without the addition of any stabilizers Chemical-physical
Alcohol Content
12.5%
Serving Temperature
15°C
Le schede di tutti e tre i vini che gli avevo chiesto, simili a questa del SOLO MM9, consistevano di circa 200 parole, ma non ne mancava nemmeno una a spiegare perfettamente la biografia di ogni bottiglia. Bastava leggerle per capire che ci trovavamo davanti ad un produttore che dedicava ad ognuna migliaia di attenzioni quasi calibrate.
Tra l’ammirato e il preoccupato, tirai un sospiro. Dopo mezzanotte finalmente mandai la traduzione in Giappone, lo comunicai anche a Paolo insieme ad un ringraziamento e spensi il computer. All’inizio dell’inverno di quello stesso anno ricevetti, sorprendentemente, una sua telefonata. Dopo avermi chiesto come stavo, disse che, era in procinto di venire in Piemonte per un suo impegno. Avevo appena sentito la notizia in televisione di fortissime raffiche di bora dalle sue parti, ma Paolo disse ridendo che, per lui, quella bora non era niente. Dopo qualche giorno, riuscimmo a vederci per soli 5 minuti all’uscita dell’autostrada, mentre se ne stava tornando in Friuli. Per mantenere una promessa fatta in occasione della mia visita con i giornalisti, feci correre mio marito a prendere della buona carne piemontese e, purtroppo gliela consegnammo, insieme alla rivista appena uscita in Giappone, sotto un acquazzone terribile. Paolo ci chiese cosa poteva darci in cambio.
Mio marito gli rispose, senza una piega: “Dammi due bottiglie di quel tuo vinaccio perché mi servono per fare lo zabaione!”
Paolo Vodopivec produce poco più di 10 mila strepitose bottiglie anche nelle annate fortunate. Naturalmente ciò che aveva detto mio marito era una battuta, ma rimpiansi un po’ di essere venuta con lui. Sotto il portellone aperto della sua macchina, al riparo dalla pioggia, Paolo, di un palmo più alto del mio maritone, gli dette una gran manata sulle spalle e scoppiò a ridere. Ormai era calato il buio della sera e la pioggia a dirotto non voleva saperne di smettere. Lui doveva ancora arrivare a casa quella sera e così, con la promessa di rivederci al più presto, ci salutammo e ce ne andammo, ognuno sulla sua macchina.
Questo febbraio ci trovavamo, insieme a Paolo, su di un colle da cui si godeva uno spettacolare panorama sul Golfo di Trieste. Per mio marito era la prima volta sul Carso e io ci tenevo tantissimo che Paolo gli facesse vedere la sua cantina. Invece lui, per prima cosa, ci aveva voluti portare lì. Sull’altra costa, attraverso la foschia della pioggerella, si intravedevano i boschi di alberi di latifoglie spogliati. Lui intanto ci raccontava di come sia ricca la biodiversità del Carso, del suolo sottile e calcareo sopra il basamento roccioso ma, soprattutto di quella gente che, sopportando ogni fatica, si ostina a vivere aggrappandosi a quella terra. Lo ascoltavo immaginandomi la bora soffiare gelida e secca dall’Est e l’ombra dell’omone che continuava a lavorare in inverno, contorcendo il corpo contro quelle raffiche di vento. Le sue parole, diversamente dalle sue schede tecniche, fluivano ininterrotte per farci capire meglio.
Alla fine ci invitò, con la mano tesa, a guardare giù il mare e disse “Ora prego!” come se ci avesse invitati a casa sua. La continua ventilazione, che sbatteva contro le onde, le frangeva e le ritornava verso Venezia, creando tantissime piccole increspature, come disegni lasciati sull’acqua. Non era la bora, ma la corrente che lì picchia perennemente, soffiando da Est attraverso l’altopiano. E poi finalmente, arrivati a casa sua, ci aprì la porta di quello che sembrava solo un magazzino ed entrammo dietro di lui. Non si vedevano niente altro che scatole di bottiglie, già imballate e pronte per la spedizione.
Mio marito mi guardava perplesso, ma gli occhi di Paolo sorridevano. Le anfore era andato a scegliersele lui direttamente in Georgia e se le era portate a casa, con una rischiosa avventura; anche la cantina era stata scavata nella roccia da lui stesso, senza l’aiuto di nessuno, ma non ci aveva anticipato nulla; invece si limitò ad appoggiare la sua mano sulla maniglia di un portone in fondo al magazzino e, come davanti al mare, ci invitò ad entrare con un: “Prego!”.
Quel birichino di mio marito rimase finalmente senza parole e lo vidi, per la prima volta, intimidito per quel che aveva davanti. Io invece, in quel momento di silenzio, sentivo come una lieve respirazione della parete, scavata nella roccia con precisione geometrica creando uno spazio a forma di doppio cerchio. Poi le anfore sotterrate in perfetto ordine mi trasmettevano il loro battito cardiaco ed era vivo il liquido che riposava nelle botti di legno disposte con precisione impeccabile. Chi dorme lì è la voce della vera Vitovska, allevata e spremuta dal produttore senza fertilizzanti né trattamenti, ringraziando del dono il sottile suolo e la roccia arida del Carso.
Questo era il significato delle schede tecniche tradotte da me quella sera. Lui dedicava a quel vino tutta questa passione perché la sua vita era aggrappata a quella terra con radici così antiche da essere inestirpabili. Il Carso non è soltanto una terra difficile, ma è anche il posto dove persero la vita decine di migliaia di persone durante la prima guerra mondiale.
Chi vive lì non può mai rovinare una terra così impregnata dal sangue degli avi. Proprio perché una roccia solidissima aspetta le radici della vite attraverso quel sottile suolo e perché le piante, spogliate e intirizzite in inverno, vengono scosse dalla Bora, può nascere un uomo come Paolo Vodopivec.
Credo che Paolo, in occasione del suo viaggio in Piemonte, mi avesse telefonato, perché sapeva che, anch’io come lui, cercavo di essere seria nel mio lavoro e, su questa base, si era mantenuta la nostra piccola amicizia, senza bisogno di altre domande, perché la risposta era ormai chiara.
© vodopivec 2025 - Design Ettore Concetti / Graphic Opera - Photo Alvise Barsanti
vodopivec
Vodopivec di Vodopivec Paolo
Località Colludrozza, 4
34010 Sgonico | TS - Italia
P.I. 01155960329
